Carlo Lucarelli: tra la via Emilia e i boss, l’innocenza perduta della mia terra

Ecco l’articolo che lo scrittore parmigiano Carlo Lucarelli
ha scritto per l’edizione cartacea di la Repubblica sulla vicenda delle infiltrazioni della ‘ndrangheta

Fino a poco tempo fa c’era un solo posto in Italia in cui si diceva ancora che la mafia non esiste, ed era il Nord, in particolare l’Emilia Romagna.

L’idea che qua fossimo diversi e che la nostra diversità offrisse una barriera insormontabile al radicamento mafioso era così forte dal mettere al bando chiunque ne parlasse e con le stesse accuse rivolte a chi trent’anni fa ne parlava per il sud: procurare un immotivato allarme e screditare ingiustamente il territorio.

Roberto Saviano, Beppe Sebaste e tanti altri giornalisti e scrittori — compreso il sottoscritto — bollati da prefetti, politici e anche alcuni magistrati come visionari e paranoici, deformati da una concezione esageratamente e volutamente noir di questa nostra isola così felice.

Eppure. Eppure da tempo ogni operazione antimafia di carattere nazionale finiva per avere numerosi arresti anche in Emilia Romagna, e quasi sempre con conti correnti sequestrati a San Marino.

Eppure storici, studiosi e associazioni come Libera — solo per citarne una — lanciavano allarmi continui su una situazione attentamente monitorata e che da tempo vedeva praticamente le sedi sociali di ‘ndrine calabresi e della mafia di Casal di Principe stabilirsi in provincia di Reggio Emilia e di Modena.

Eppure da tempo chi si fosse trovato a parlare con sindaci, amministratori o imprenditori delle nostre zone così diverse e così felici, si sarebbe sentito dire, timidamente, ecco, io veramente avrei un problemino.

Senza contare incendi di macchine nei cantieri, intimidazioni di amministratori, persone incaprettate nei bauli di auto bruciate e un giornalista come Giovanni Tizian — per citare l’esempio più noto — minacciato di morte e costretto a vivere sotto scorta, proprio qui da noi.

Ma perché qui da noi avrebbe dovuto essere tutto così diverso?
È dai tempi dell’inchiesta in Sicilia di Sonnino e Franchetti — 1876 — del rapporto Sangiorgi e del libro di Colajanni su Il Regno della Mafia — 1900 — che sappiamo come le mafie abbiano sempre trattato col potere politico ed economico diventandone parte loro stesse. E andando sempre a cercare i soldi là dove stavano.

Qui da noi, in Emilia Romagna, i soldi c’erano e un po’ ce ne sono ancora. E tra tanta, tantissima gente per bene, tra tante associazioni sindacali, cooperative, imprenditori e lavoratori attenti, che non scenderebbero mai a compromessi, c’è anche qualcuno che in nome del pragmatismo tipicamente attribuito agli emiliani romagnoli ha accettato soldi e lavoro senza farsi troppe domande. Bancari, imprenditori, amministratori, i primi che hanno pensato ma in fondo sono solo affari hanno aperto falle enormi in quella nostra presunta barriera di diversità.

In fondo sono solo affari. In fondo qui non ammazzano nessuno. Cioè quasi nessuno, ma comunque gente loro. In fondo qui non chiedono il pizzo. Cioè quasi, ma comunque solo a gente immigrata dal sud. In fondo lavorano in fretta e bene.

Cioè, bene no, ma non importa, il mondo è quello che è. Alla fine, si tratta soltanto di soldi.
Sappiamo che non è così. Lo sappiamo da tanto tempo. Mi ricordo un convegno nei primissimi anni ‘90, per esempio, in cui l’allora presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante parlò della presenza mafiosa in questa Emilia Romagna così apparentemente diversa. State cercando l’animale sbagliato, disse. Cercate la piovra, come al sud, e invece dovreste cercare un pescecane, che non controlla il territorio militarmente ma si mangia politica ed economia. Morale, etica e salute. Futuro.

E invece abbiamo continuato a cercare la piovra e visto che non la trovavamo abbiamo continuato a parlare di tentativi di infiltrazione mafiosa, soltanto tentativi. Qualcuno di noi ci ha fatto inchieste sopra e qualcuno ci ha anche scritto romanzi, molto credibili, ma si sa, i romanzi sono solo romanzi, soprattutto se noir.

E così qualche mese fa mi sono trovato ad assistere all’udienza di un processo a Bologna, quello nato dall’inchiesta “Black Money”, che cerca di far luce su ‘ndrangheta e gioco d’azzardo tra Emilia e Romagna, e tante altre cose tra cui le minacce di morte a Giovanni Tizian.

Sono seduto tra il pubblico e accanto a me ho due veterani di processi di quel genere, profondi conoscitori di mafie, come Attilio Bolzoni e Lirio Abbate, a cui tante volte ho chiesto aiuto per farmi raccontare personaggi e luoghi, dove sta quella borgata, quanto dista da Palermo o da Catania, come è fatta quella strada a Corleone.

Ecco, in quel processo si parlava di luoghi che stanno a pochi chilometri da dove vivo,e quella volta a spiegare ad Attilio e Lirio come era fatta quella strada e dove stava quel parcheggio, ecco, quella volta ero io.
Quando me ne sono accorto ho provato un senso di doloroso stupore.

E poi mi sono chiesto: ma perché me ne stupisco. Perché ce ne stupiamo.

Perché ora, quando l’ennesima retata arresta più di cento persone attorno a casa nostra.
Perché non prima, quando era già così evidente?

 

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